Fukushima

L’energia nucleare è nata, nell’immaginario collettivo, come dispensatrice di morte e si porta dietro questo stigma: un’energia che dà ad un uomo la possibilità di spazzare via centinaia di migliaia di persone premendo un bottone, per quanto imbrigliata e domata in centrali ultrasicure, sarà sempre guardata con sospetto.

E’ umano.

Com’è umano sbagliare, com’è umano che una cosa costruita dall’uomo possa rompersi o smettere di funzionare. Nel caso si rompa o smetta di funzionare una centrale nucleare, sono cazzi amari…

Piccola introduzione al free software ed all’open source

Sto costruendo, grazie a wordpress, un piccolo giornale online: labugia.org; il direttore della testata mi ha “commissionato” un articolo sull’open source che forse farà da apripista ad una rubrica dedicata al mondo del pinguino. Spammo pure qui l’articolo.

GNU in meditazione

Quando mi chiedono “che programmi usi?”, rispondo: “uso linux e programmi open source”; a questa affermazione, là dove il mio interlocutore non sgrana gli occhi confuso, mi sento rispondere: “ah! quelli gratis!”.

In parte è vero, non si paga per utilizzare programmi open source (ed il free software in generale), ma il fatto di essere gratuiti non è condizione sufficiente per qualificarli come tali; esistono programmi gratuiti che non per questo sono open source: gli antivirus per windows, ad esempio.

La differenza tra programmi open source e softwares proprietari è molto più profonda e sfaccettata e per spiegarla, mi affiderò ad un esempio forse un po’ surreale, ma che semplifica la comprensione delle specifiche differenze.

Parlerò di automobili.

Immaginiamo un mondo in cui convivano due tipi di produttori di automobili: i produttori di veicoli open source ed i produttori di macchine proprietarie.

I primi cedono gratuitamente veicoli base corredati da un manuale. A tutti i modelli che ti offrono i vari produttori puoi cambiare gli specchietti, modificare la vernice o sostituire i copri sedili, i cerchioni, i fari. Se ne capisci un po’ di più, puoi mettere le mani sul motore: cambiare lo scarico e modificare il carburatore, ad esempio; puoi anche cambiarlo il motore, trasformando la tua auto in un bolide da pista, oppure puoi modificarle il bagagliaio e l’abitacolo per ottenere un furgoncino o un pick-up.

Comunque sia, alla fine, avrai una macchina completamente diversa, unica; ma puoi e vuoi condividere con gli altri questa tua impresa: scriverai a tua volta un manuale che descriva come te la sei costruita così bella ed unica e lo girerai a qualcuno interessato che lo applicherà alla sua macchina open source, magari ampliando ulteriormente e migliorando le tue modifiche; e così via, in un alternarsi di sperimentazione, utilizzo e condivisione.

La macchina proprietaria mediamente te la compri: gli specchietti sono saldati alla carrozzeria, i cerchioni al semiasse, sedili e tappezzeria sono appiccicati con colle particolari al supporto e per dipingere la carrozzeria ci vuole una costosissima vernice prodotta solo da alcune ditte autorizzate ed applicabile solo con determinate tecniche sottoposte a copyright. Al posto del motore c’è un unico blocco di metallo che lo riveste: sono lamiere spesse un paio di centimetri. Ti si scarica la batteria: devi andare dal meccanico autorizzato che ti chiede un sacco di soldi per quello che potevi fare tu a costo 0 o quasi con la macchina open source: attaccare i cavi e caricarla.

Dopo 5 anni e numerosi e dispendiosi stop dal meccanico ti diranno che si è rotto un pezzo che pagheresti più del valore dell’auto. La butterai (inquinando) e ne compererai un altra (spendendo), ancora più blindata (rinunciando ad una tua libertà).

Quando mi è stato chiesto dal Direttore de “laBugia” di scrivere un articolo sull’open source descrivendo l’argomento nel modo più semplice possibile, è uscito dalla mia tastiera l’esempio qui sopra (non prima di uno stimolante carteggio elettronico con lo stesso Roberto).

Semplificando, fisiologicamente, si perdono dettagli e particolari importanti ed a volte illuminanti: ecco perchè chi scrive invita il lettore interessato a consultare il web dove esiste una documentazione sconfinata, adatta a tutti i livelli di utenza. Ed in questa documentazione potremmo scoprire che questo mondo non ci è poi così alieno: già utilizziamo strumenti open source e non ce ne accorgiamo; potremmo scoprire che oltre ai programmi esistono interi sistemi open source e che basta scaricarli, masterizzarli e farli partire dal cd per provarli; potremmo scoprire che con qualche click li possiamo installare sul nostro pc ed averli sempre a portata di boot…ma questa, è un altra storia.

jolicloud, made for netbooks

Da ormai due anni e mezzo è mio compagno di avventure digitali un netbook dell. Negli anni ha assaggiato più di una realease di ubuntu. Ogni volta mi sono ritrovato a doverci smanettare più del necessario: per i repository farlocchi appena acquistato, per fargli riconoscere la scheda wireless ma soprattutto per fargli digerire la stramaledettissima scheda video intel GMA500.

Dopo l’ultima installazione la scheda in questione mi ha fatto letteralmente impazzire: nonostante avessi brutalizzato la povera lince lucida con i demoniaci driver proprietari poulsbo, avvisi di problemi ad ogni avvio, video web con il parkinson, film a schermo intero con il delirium tremens e vlc con imbarazzanti problemi di visualizzazione dei filmati, caratterizzavano l’uso della mia povera macchinetta.

Jolicloud è una distribuzione gnu/linux derivata da ubuntu; la versione 1.1 che ho montato deriva direttamente dalla lince LTS (ubuntu 10.04). Il team che la sviluppa si è concentrato principalmente sulla compatibilità hardware in modo da supportare completamente quasi il 100% dei netbook presenti sul mercato.  Così, dopo aver creato una chiavetta live seguendo questa guida (il tool sul sito di jolicloud crea qualche problema con ubuntu 10.10) [1] ho proceduto con l’installazione: dopo aver seguito i soliti 7 semplici passaggi cui mi ha abituato ubuntu ed atteso una ventina di minuti per il completamento dell’installazione, eccomi sul mio netbook rinato: wireless attivo da subito, poulsbo (per quanto pur sempre orribili) attivi con performance accettabili, plug-in flash già attivo sull’ottimo chromium preinstallato. Cambio sfondo del desktop ed installo vlc ed abiword. Faccio pure una partita a space invaders…

L’interfaccia è giocattolosa ed intuitiva, vagamente aifonica. In pochi minuti trovo tutto quello che mi serve: solo il terminale è un po’ “imboscato”. Il tutto è veloce e reattivo. Dopo il primo giorno di utilizzo posso dire che questa distro è un vero gioiellino. Complimenti a quelli di jolicloud e grazie!

[1] traduco la guida dall’inglese:

Ottengo un errore con il tool di creazione USB jolicloud. Come creo manualmente una chiavetta USB jolicloud?

Il programma di installazione linux richiede python 2.4 o superiore. Python è preinstallato sulla maggior parte delle moderne distro linux. Se non lo hai, installa il pacchetto “Python” seguendo le istruzioni della tua distro;

1. Click qui per il download del programma ‘Linux Image Writer’.

2. Inserisci la tua chiavetta USB nel pc.

3.Se hai già dei contenuti nella chiavetta, fai un backup, chiudi tutte le cartelle e smonta tutte le unità ad essa correlate.

4. Apri un terminale e vai alla cartella dove hai scaricato il file:

cd /the/path/to/your/directory

5. Cambia i permessi allo script e lancia il programma:

chmod a+x linux-image-writer.py
sudo ./linux-image-writer.py Jolicloud-1.1.iso

Rumiz, Annibale e le occupazioni

Aggiornato dopo la pubblicazione

Paolo Rumiz: “Nell’Italia cialtrona delle veline ci sono ragazzi che discutono di Annibale e metodi didattici”

Ero curioso di vedere che faccia avessero i ”sovversivi” che occupano il liceo Petrarca di Trieste contro i tagli della riforma Gelmini, l’ennesima che smantella la scuola pubblica italiana. Così, l’altro pomeriggio, al volo, ho accettato di tenere una lezione nella sede presidiata. Non era solo una vaga solidarietà per chi spera ancora che le cose cambino nella terra del Bunga Bunga. Era soprattutto curiosità generazionale. Volevo conoscerli, leggerli negli occhi.
Così mi sono inventato una lezione su Annibale, il mio eroe, ho messo nello zaino un po’ di Polibio e Tito Livio, un volumazzo di Arnold Toynbee e persino un libro sugli esperimenti di Archimede (morto nell’assedio di Siracusa, schieratasi con i cartaginesi) e mi sono presentato ai cancelli della scuola per essere ammesso alla palestra, lo spazio deputato delle assemblee e degli incontri. L’invito era nato così velocemente che non c’era stato il tempo per un annuncio o un semplice passa-parola. Arrivavo quasi di sorpresa.
Nonostante questo s’è raccolta all’istante una platea di un centinaio di ragazzi che si sono ordinatamente seduti per terra ad ascoltare. Intorno c’era pulizia, solo qualche segno di bivacco. Insomma, tutto in ordine. Ho spiegato chi ero, poi mi sono arrampicato sulle Alpi assieme agli elefanti del condottiero africano che seminò il terrore a Roma. E qui, posso dirvelo, è stato magnifico. Loro si sono stretti attorno come in un cenacolo greco e man mano che la storia si articolava vedevo accendersi un’attenzione che mai avrei sperato di incontrare.
Da vecchio pessimista e brontolone, ero venuto senza fiducia. E invece ora guardavo i loro occhi attenti, talvolta commossi, e mi sorprendevo a pensare: ma come fanno a essere così belli nonostante noi, nonostante una classe politica che dà loro l’unica libertà di un infinito consumo e di un interminabile happy hour? Come facevano a essere così vivi nonostante la nostra televisione e i modelli che essa propone, l’Italia cialtrona delle veline? Ci pensavo così forte che a volte il pensiero interferiva col racconto annibalico e mi imponeva una piccola sosta per raccogliere nuovamente le idee.
Che fanno gli altri vecchi brontoloni come me? Non amo la parola ”intellettuali”, ma non so come definire altrimenti le persone che vorrei si togliessero i panni curiali per tenere una lezione ai ragazzi della protesta, una lezione seria su un grande tema della nostra storia e cultura. Glielo dobbiamo. L’altra sera raccontavo lo schieramento delle legioni alla battaglia di Canne, evocavo il senso anche olfattivo di un campo di morte con settantamila cadaveri, ma pensavo anche all’abbandono in cui la mia generazione lascia i giovani da un ventennio.
Parlavo della marcia pazzesca del console Nerone che in pochi giorni portò le sue legioni dalla Puglia alle Marche per affrontare Asdrubale sul Metauro, e intanto rammentavo che, alla loro età, i miei coetanei – me compreso – in caso di occupazione sarebbero stati meno governabili, magari capaci di trasformare i loro licei in un’orgia di vaniloquio e talvolta in un porcaio. Dicevo del veleno preso da Annibale alla fine della sua vita e nel frattempo pensavo che quei ragazzi erano meglio di come vengono dipinti sui nostri giornali.
Ecco. Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione. Chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli. Farli sentire meno soli. Prenderli sul serio. Uscire dalla logica poliziesca del muro-contro-muro. Specie in una città dove la cultura è scesa a livelli mai visti, una città nella quale persino la musica libera viene criminalizzata, dove la politica che conta è capace di disertare un concerto di Muti ma non di impedire il barbaro ”bum bum” di notte fonda che tanto piace agli esimi amministratori.
A fine storia mi sono fermato a parlare con loro. «Dica che non siamo fannulloni» mi hanno chiesto. «Scriva che lavoriamo, che organizziamo corsi di teatro, dica che domani iniziamo a discutere punto per punto la riforma Gelmini». Un’altra voce: «I genitori ci dicono che l’occupazione non serve a niente, e non nego che abbiano ragione. Ma dopo due anni di presa in giro, due anni senza ascolto, che altra arma ci rimane per far sentire la nostra contrarietà a questi tagli?». E ancora: «Loro si preoccupano del costo della scuola, noi ci preoccupiamo del costo dell’ignoranza». Frasi come rasoiate.
Una giovane bruna dallo sguardo calmo ricordava che un anno fa era stata presentata in consiglio regionale una legge fatta dagli studenti, ma tutto è finito nelle paludi dell’oblio. «Ci dicono che non sappiamo di cosa stiamo parlando, invece lo sappiamo benissimo», spiegava una compagna; «Domani iniziamo a discutere sui metodi didattici adottati all’estero e sul rapporto tra la riforma italiana e le direttive europee». Imparavo da loro, non credevo alle mie orecchie. Poveri ragazzi, truffati, come noi tutti, dopo anni di tasse pagate inutilmente.
Che futuro avranno questi giovani in un paese che taglia le spese su tutto, blocca le supplenze e le gite scolastiche, non ha soldi nemmeno per le fotocopie e la carta igienica, e mette la scuola nella condizione di dover pitoccare contributi obbligatori alle famiglie? Che ripresa economica può esserci senza investimento sulla scuola, la cultura e la ricerca? Cosa resterà della ”Res publica” quando sarà venduto anche l’ultimo soprammobile? Nelle tasche di chi sono finiti i soldi destinati ai nostri figli e nipoti? Ma soprattutto: dov’è finita la nostra capacità di indignarci?
(12 novembre 2010)

fonte

testimonianza del professor Gasparo (segnalato da Ceghe)

discussione su adunanza.net

la Rinascita!

Morto il pc, l’ho sepolto nel pc-cemetery.

Qui è rinato: equipaggiato di un athlon x3, una scheda madre msi, 4G di ram , una nvidia GT240 e una fantastilionata di megaGigaFANTA bits di disco fisso.

Alla faccia delle finanziarie! (magari)

Ho installato ubuntu 10.10rc in 30minuti. In un’ora era tutto perfettamente configurato: veloce e reattivo il pc impiega una venticinquina di secondi ad accendersi e 5 netti per spegnersi.

Alla faccia dei sistemi proprietari (scarica ubuntu)

hello, world!

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