Santi moderni

Alla mattina del 6 ottobre mi ha svegliato una notizia: “amore, è morto Steve Jobs”; “Ehi! che sveglia originale!”; un bacio, caffè nero ed amaro, una brioche ed una rapida scorsa alle testate giornalistiche online prima di salutare compagna e marmocchio per dare inizio alle mie “otto ore per la sussistenza”.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la visibilità mediatica data alla dipartita di  una persona che non era nient’altro che un imprenditore. Ho trovato macabro far diventare la morte di un uomo un gigantesco spot ad un’azienda; ma forse Steve Jobs avrebbe voluto così: in fondo è stato il più grande uomo di marketing di questi anni. Creava bisogni che non si hanno, oggetti che andavano (e vanno) a riempire i vuoti dentro il nostro essere occidentali sazi, annoiati e terribilmente indebitati. Sapeva vendersi e sapeva vendere: tra le sue eredità infatti, c’è il feticismo digitale: se se ne va con lui, non posso fare altro che rallegrarmene.

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QuattrovolteSI

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

a) referendum popolare n. 1 – SCHEDA DI COLORE ROSSO Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione;

b) referendum popolare n. 2 – SCHEDA DI COLORE GIALLO Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma;

Si vota “SI” per dire NO alla privatizzazione dell’acqua.

c) referendum popolare n. 3 – SCHEDA DI COLORE GRIGIO Nuove centrali per la produzione di energia nucleare. Abrogazione parziale di norme;

Si vota “SI” per dire NO alla più terribile energia concepita dall’uomo: quella nucleare.

d) referendum popolare n. 4 – SCHEDA DI COLORE VERDE CHIARO Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.

Si vota “SI” per dare un calcetto nel culo a quello stronzo di berlusconi.

Il referendum è l’unico istituto di democrazia diretta presente nel nostro ordinamento! Per la sua validità ed efficacia è necessario il raggiungimento del quorum, quindi del voto di almeno il 50% +1 degli aventi diritto.

Non partite il 12 ed il 13 giugno!

Fatevi sentire!

Gazzetta Ufficiale N. 77 del 4 Aprile 2011

16-05-2011 Aggiornamento referendum consultivo sardo (quesito:”Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?”): vota quasi il 60% dei sardi (il quorum era di 1/3 degli aventi diritto). Dai primi dati sembra un plebiscito per i SI.

fonte: il fatto quotidiano

il “SI” passa con una percentuale di circa il 98%

27-05-2011 Ad oggi è ancora incerta la presenza del quesito relativo al nucleare a seguito dell’ennesima vaccata parlamentare.

01-06-2011 La corte di cassazione ha dato il via libera al referendum sulle nuove centrali nucleari. I quesiti rimangono quattro.

07-06-2011 Anche la Corte costituzionale conferma l’ammissibilità del quesito referendario sul nucleare.

13 giugno 2011 Quorum raggiunto e superato! L’italia ha votato QuattrovolteSI!

INFORMATIVA SUL NUCLEARE

Musica correlata:

Mercanti di liquori e Marco paolini – Due parti di idrogeno per una di ossigeno

Bad religion: atomic garden

Il sorgente dell’immagine 4volteSI.svg

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Fukushima

L’energia nucleare è nata, nell’immaginario collettivo, come dispensatrice di morte e si porta dietro questo stigma: un’energia che dà ad un uomo la possibilità di spazzare via centinaia di migliaia di persone premendo un bottone, per quanto imbrigliata e domata in centrali ultrasicure, sarà sempre guardata con sospetto.

E’ umano.

Com’è umano sbagliare, com’è umano che una cosa costruita dall’uomo possa rompersi o smettere di funzionare. Nel caso si rompa o smetta di funzionare una centrale nucleare, sono cazzi amari…

Rumiz, Annibale e le occupazioni

Aggiornato dopo la pubblicazione

Paolo Rumiz: “Nell’Italia cialtrona delle veline ci sono ragazzi che discutono di Annibale e metodi didattici”

Ero curioso di vedere che faccia avessero i ”sovversivi” che occupano il liceo Petrarca di Trieste contro i tagli della riforma Gelmini, l’ennesima che smantella la scuola pubblica italiana. Così, l’altro pomeriggio, al volo, ho accettato di tenere una lezione nella sede presidiata. Non era solo una vaga solidarietà per chi spera ancora che le cose cambino nella terra del Bunga Bunga. Era soprattutto curiosità generazionale. Volevo conoscerli, leggerli negli occhi.
Così mi sono inventato una lezione su Annibale, il mio eroe, ho messo nello zaino un po’ di Polibio e Tito Livio, un volumazzo di Arnold Toynbee e persino un libro sugli esperimenti di Archimede (morto nell’assedio di Siracusa, schieratasi con i cartaginesi) e mi sono presentato ai cancelli della scuola per essere ammesso alla palestra, lo spazio deputato delle assemblee e degli incontri. L’invito era nato così velocemente che non c’era stato il tempo per un annuncio o un semplice passa-parola. Arrivavo quasi di sorpresa.
Nonostante questo s’è raccolta all’istante una platea di un centinaio di ragazzi che si sono ordinatamente seduti per terra ad ascoltare. Intorno c’era pulizia, solo qualche segno di bivacco. Insomma, tutto in ordine. Ho spiegato chi ero, poi mi sono arrampicato sulle Alpi assieme agli elefanti del condottiero africano che seminò il terrore a Roma. E qui, posso dirvelo, è stato magnifico. Loro si sono stretti attorno come in un cenacolo greco e man mano che la storia si articolava vedevo accendersi un’attenzione che mai avrei sperato di incontrare.
Da vecchio pessimista e brontolone, ero venuto senza fiducia. E invece ora guardavo i loro occhi attenti, talvolta commossi, e mi sorprendevo a pensare: ma come fanno a essere così belli nonostante noi, nonostante una classe politica che dà loro l’unica libertà di un infinito consumo e di un interminabile happy hour? Come facevano a essere così vivi nonostante la nostra televisione e i modelli che essa propone, l’Italia cialtrona delle veline? Ci pensavo così forte che a volte il pensiero interferiva col racconto annibalico e mi imponeva una piccola sosta per raccogliere nuovamente le idee.
Che fanno gli altri vecchi brontoloni come me? Non amo la parola ”intellettuali”, ma non so come definire altrimenti le persone che vorrei si togliessero i panni curiali per tenere una lezione ai ragazzi della protesta, una lezione seria su un grande tema della nostra storia e cultura. Glielo dobbiamo. L’altra sera raccontavo lo schieramento delle legioni alla battaglia di Canne, evocavo il senso anche olfattivo di un campo di morte con settantamila cadaveri, ma pensavo anche all’abbandono in cui la mia generazione lascia i giovani da un ventennio.
Parlavo della marcia pazzesca del console Nerone che in pochi giorni portò le sue legioni dalla Puglia alle Marche per affrontare Asdrubale sul Metauro, e intanto rammentavo che, alla loro età, i miei coetanei – me compreso – in caso di occupazione sarebbero stati meno governabili, magari capaci di trasformare i loro licei in un’orgia di vaniloquio e talvolta in un porcaio. Dicevo del veleno preso da Annibale alla fine della sua vita e nel frattempo pensavo che quei ragazzi erano meglio di come vengono dipinti sui nostri giornali.
Ecco. Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione. Chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli. Farli sentire meno soli. Prenderli sul serio. Uscire dalla logica poliziesca del muro-contro-muro. Specie in una città dove la cultura è scesa a livelli mai visti, una città nella quale persino la musica libera viene criminalizzata, dove la politica che conta è capace di disertare un concerto di Muti ma non di impedire il barbaro ”bum bum” di notte fonda che tanto piace agli esimi amministratori.
A fine storia mi sono fermato a parlare con loro. «Dica che non siamo fannulloni» mi hanno chiesto. «Scriva che lavoriamo, che organizziamo corsi di teatro, dica che domani iniziamo a discutere punto per punto la riforma Gelmini». Un’altra voce: «I genitori ci dicono che l’occupazione non serve a niente, e non nego che abbiano ragione. Ma dopo due anni di presa in giro, due anni senza ascolto, che altra arma ci rimane per far sentire la nostra contrarietà a questi tagli?». E ancora: «Loro si preoccupano del costo della scuola, noi ci preoccupiamo del costo dell’ignoranza». Frasi come rasoiate.
Una giovane bruna dallo sguardo calmo ricordava che un anno fa era stata presentata in consiglio regionale una legge fatta dagli studenti, ma tutto è finito nelle paludi dell’oblio. «Ci dicono che non sappiamo di cosa stiamo parlando, invece lo sappiamo benissimo», spiegava una compagna; «Domani iniziamo a discutere sui metodi didattici adottati all’estero e sul rapporto tra la riforma italiana e le direttive europee». Imparavo da loro, non credevo alle mie orecchie. Poveri ragazzi, truffati, come noi tutti, dopo anni di tasse pagate inutilmente.
Che futuro avranno questi giovani in un paese che taglia le spese su tutto, blocca le supplenze e le gite scolastiche, non ha soldi nemmeno per le fotocopie e la carta igienica, e mette la scuola nella condizione di dover pitoccare contributi obbligatori alle famiglie? Che ripresa economica può esserci senza investimento sulla scuola, la cultura e la ricerca? Cosa resterà della ”Res publica” quando sarà venduto anche l’ultimo soprammobile? Nelle tasche di chi sono finiti i soldi destinati ai nostri figli e nipoti? Ma soprattutto: dov’è finita la nostra capacità di indignarci?
(12 novembre 2010)

fonte

testimonianza del professor Gasparo (segnalato da Ceghe)

discussione su adunanza.net