Manifesto con un amico

Ci risiamo. Ennesima crisi del manifesto ed ennesimo appello della redazione ai lettori. Questa volta la situazione della testata è critica: la procedura avviata dal governo, la liquidazione coatta amministrativa, lascia ben poche speranze di recupero;  continuare a galleggiare nel putrido mare dell’informazione nostrano, sarà impresa ardua ed al limite dell’impossibile per lo storico “quotidiano comunista”.

Iniziai ad avvicinarmi al manifesto poco più che adolescente, una ventina di anni fa: assieme al “cuore” era l’unico giornale che saltuariamente comprassi. Buona parte della mia formazione politica di quel periodo viene da questa testata e dai suoi giornalisti: Pintor, Parlato, Rossanda e tutti gli altri mi raccontavano i fatti del giorno in “alternativa” alla stampa popolare ed a quella televisiva. Quasi sempre “contro”, fedeli alla linea e con una malcelata incazzatura di fondo per ciò che la nostra società era e stava diventando, quelli del manifesto mi accompagnarono alla scoperta del mondo e delle sue criticità storiche, sociali e politiche.

Certo, non sempre mi trovavo d’accordo con quello che leggevo e con quella dicitura “comunista” che, con il passare degli anni, iniziò a starmi stretta. Ma assieme passammo diverse avventure (ricordo a Genova, nel 2001, la presenza massiccia e quasi esclusiva del quotidiano) e numerose crisi. Un anno riuscii anche ad acquistare l’abbonamento coupon: ti arrivano a casa dei tagliandi da presentare all’edicolante; all’epoca il problema era che la maggior parte degli edicolanti non sapevano cosa fosse quel bigliettino giallo. Così capitava di ritrovarmi a girare per la città alla ricerca di un giornalaio particolarmente illuminato.

Con gli anni la mia frequentazione di questa testata è diminuita ma, ogni volta che mi ricapitava di sfogliare quelle pagine, mi sentivo di ritrovare un vecchio amico sorprendendomi ancora a cercare ed assaporare “quello che gli altri non dicono”, apprezzando la rassicurante ed originale impostazione grafica che mi faceva sentire a casa.

Da oggi, non senza avvertire un dolorino all’altezza del portafoglio, ricomincerò a comprare il manifesto e mi ritroverò, come già altre volte, a seguirne con partecipazione le vicende, per il semplice motivo che un mondo senza manifesto lo sentirei più povero; più povero di quello che già è.

Il nuovo blog

Da un po’ di tempo meditavo di spostare “il blog di zakunin” da wordpress.com ad uno spazio “privato”: per oltre tre anni e mezzo “zaku’s blog” su wordpress è stata la mia casetta nello sconfinato mare del web. Con il tempo e con l’approfondimento delle mie conoscenze sulla rete e su wordpress in particolare, la casetta ha cominciato a rivelarsi un po’ strettina. Così, cazzuola digitale e cemento open source alla mano, ho pian piano tirato su il nuovo bloggino.

I lavori sono ancora in corso, logo e layout in fase di modifica e contenuti in lavorazione.

Benvenuti su zaku!

edit: se avete problemi di visualizzazione su explorer…bhe, passate a firefox :P

Io e la shell

La shell

Da qualche tempo nel mondo GNU/Linux c’è fermento; citando una vecchia pubblicità televisiva si potrebbe anzi dire che “c’è baruffa nell’aria”. Non che non sia mai stato così in questo ambiente: da quando utilizzo software libero ho assistito a battaglie verbali online di varia natura, accuse ed accesi dibattiti su chi ce l’abbia più lungo (il codice) o su chi ce l’abbia più libera (la licenza).

Questa volta l’oggetto del contendere è, secondo me, una delle cose più importanti per qualsiasi utilizzatore casalingo self-made di macchinette calcolatrici digitali e cioè il modo in cui il sistema si presenta all’utente: in due parole, l’interfaccia grafica.

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Santi moderni

Alla mattina del 6 ottobre mi ha svegliato una notizia: “amore, è morto Steve Jobs”; “Ehi! che sveglia originale!”; un bacio, caffè nero ed amaro, una brioche ed una rapida scorsa alle testate giornalistiche online prima di salutare compagna e marmocchio per dare inizio alle mie “otto ore per la sussistenza”.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la visibilità mediatica data alla dipartita di  una persona che non era nient’altro che un imprenditore. Ho trovato macabro far diventare la morte di un uomo un gigantesco spot ad un’azienda; ma forse Steve Jobs avrebbe voluto così: in fondo è stato il più grande uomo di marketing di questi anni. Creava bisogni che non si hanno, oggetti che andavano (e vanno) a riempire i vuoti dentro il nostro essere occidentali sazi, annoiati e terribilmente indebitati. Sapeva vendersi e sapeva vendere: tra le sue eredità infatti, c’è il feticismo digitale: se se ne va con lui, non posso fare altro che rallegrarmene.

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Genova 10 anni dopo, la mia storia per immagini

carlini, genova 2001

L’arrivo al carlini, tra fango e persone

Ricorre in questi giorni il decimo anniversario del tristemente famoso G8 di Genova del 2001. Come già a Napoli in febbraio, nella manifestazione che fu banco di prova per la follia omicida della truppaglia in tenuta antisommossa, arrivai da cane sciolto. Pur conoscendo gran parte degli organizzatori degli allora “disobbedienti” io ed un paio di amici arrivammo in autonomia, approfittando dell’ospitalità degli organizzatori e con l’unica intenzione di fare da testimoni con le nostre fotocamere. La mia macchina fotografica, per l’occasione, era una usa e getta.

carriola di sangue

carriola di sangue

Arriviamo alla sera del primo giorno di manifestazioni: tutto bene. Non sarebbe andato meglio il giorno dopo: macchine per la strada in fiamme, negozi svaligiati, feriti sul selciato e la morte di Carlo Giuliani. L’immagine che più mi rimarrà impressa negli anni è quella qui sopra: avevo visto due ragazzi sfrecciare giocosi vicino a me con quel trabiccolo. Dieci minuti dopo al posto dei ragazzi c’era solo sangue.

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