Locandine e licenze creative

Grazie alla segnalazione del buon vecchio @scalva, un paio di giorni fa scopro che una delle fotografie che scattai al G8 di Genova 2001  è diventata la locandina di un docu-film prodotto dalla Minerva Pictures.

fregato

La mia piccola  (ma importante) comunità di twitteri, si è subito mobilitata supportandomi con consigli, colorite esclamazioni di sostegno e condivisione selvaggia. Con il dente abbastanza avvelenato, anche perchè tutti i contenuti del mio sito sono chiaramente rilasciati protetti da licenza creative commons BY-NC-SA 3.0, ho contattato via mail la casa di produzione. Il giorno seguente mi raggiunge telefonicamente Stefano, project manager alla Minerva Pictures.

Dopo essersi scusato, mi chiede cosa può fare per riparare al malinteso. Constatata la tempestività ed il suo sincero rammarico per l’inconveniente, scarto l’idea di chiedere un generoso contributo in vil denaro (…) e gli sottopongo le altre condizioni per chiudere la faccenda: inserire l’url del mio blog sul manifesto, sulla cover del DVD e sul sito del film, rilasciare le opere derivate dalla mia foto protette  dalla stessa licenza e provvedere ad una donazione alla creative commons.

Tutte le mie richieste vengono accolte di buon grado, ci facciamo una bella chiacchierata sui limiti del copyright e sulla necessità di superarlo e mi promette che mi spedirà alcune copie del film e la locandina autografata dai registi.

Chiuso l’incidente sorrido compiaciuto dal fatto che una mia foto sia stata apprezzata tanto da diventare la locandina di un film: piccola gratificazione in un momento storico dove di sorrisi, non se ne contano poi molti.

minerva

Locandina The summit: download

Di torri nere, lettori digitali ed altri demoni

Qualche mese fa mi sono regalato un e-book reader. Da un po’ avevo puntato il kobo touch ed appena sbarcato in Italia importato dalla Mondadori a 99€ ha trovato dimora, oltre che sul trono vicino al lavandino e sul comodino vicino al letto, anche nella tasca del mio giubboto invernale. Complice il periodo di decrescita che mi vede spesso ospite pagante dell’azienda triestina dei trasporti, ho ricominciato a leggere come se non ci fosse un domani.

ultimo-cavaliere-slideCirca un quarto di secolo fa (all’epoca ero un accanito lettore di horror, fantasy e sci-fi), mi capitò tra le mani “l’ultimo cavaliere”, un libro “fantasy” scritto da Stephen King e che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di 7 episodi. Ricordo che lo lessi avidamente, come facevo allora con i vari Lovercaft, Asimov, Tolkien e King stesso, e lo amai per le sue atmosfere e per l’alone di mistero che il maestro era riuscito ad infondere ai personaggi. Non rimasi troppo disturbato dal fatto che il finale del libro fosse, per forza di cose, aperto: la sua lettura era stata appagante e divertente.

Gli anni passarono e solo un paio di mesi fa, nella ricerca di e-books da infilare nel lettore e grazie al gufo, scoprii che lo scrittore del Maine aveva completato la saga. Riletto il primo, gli altri hanno seguito a ruota.

Ecco un bignami/recensione dell’opera & more…

La saga della torre nera

The man in black fled across the desert and the gunslinger followed.

L’incipit è definito dallo stesso King “il migliore che abbia mai scritto”: in effetti ha una forza evocativa straordinaria ed in esso è condensata tutta la saga e forse, qualche cosa di più.

Il primo libro, “l’ultimo cavaliere“, ha inizialmente un ritmo lento e greve, come di stivali che si trascinano sulla sabbia; ma il ritmo non ci mette più di un attimo a crescere, a divenire frenetico ed infine a dilagare: una scintilla innesca  una sparatoria, la sparatoria diventa un massacro ed il massacro si trasforma in un’ecatombe alla fine della quale Roland, l’assassino e pistolero maledetto protagonista della saga, arranca di nuovo in un deserto senza tempo alla ricerca di una misteriosa torre: tra lui ed il suo obiettivo, l’uomo in nero.

Tutti i personaggi che il pistolero incontra nel suo disperato inseguimento sembrano avere il marchio della morte impresso addosso, morte che spesso sarà dispensata dal pistolero stesso. Il mondo che ospita quest’avventura dà una sensazione di decadenza, di decomposizione e contagio: il tempo è sbagliato, i punti cardinali sembrano sovrapporsi e confondersi ed echi di un passato dominato da macchinari insensati, radiazioni impazzite e magie dimenticate, accompagneranno il lettore durante tutta la saga.

aramostra

Didacium?

Nel secondo tomo, “La chiamata dei tre” il deserto, nella forma di una spiaggia apparentemente infinita,  continuerà ad accompagnare il protagonista che incontrerà nel suo cammino mutilazioni, porte che si aprono su altre dimensioni, compagni di viaggio, demoni e malattie. Le creature mutanti che saranno per quasi tutto il viaggio coprotagoniste del pistolero ai bordi del bagnasciuga, sono degli esseri buffi e sanguinari: le aramostre ( o pseudoaragoste) si profilano sulla spiaggia ad ogni crepuscolo e con le loro chele potenti, sbranano e si nutrono di chiunque si avventuri troppo vicino al mare, rivolgendogli nel contempo versi che suonano come surreali domande:

«Didacevi? Damaciami? Didarami?»

continua:

Il letargo

Quasi cinque mesi. Non credo ci sia mai stato un periodo di stasi del blog così lungo: è passato in sordina anche il compleanno di “zaku” che oramai ha ampiamente superato i 4 anni di vita. Nel tempo il mio modo di scrivere è molto cambiato ed è forse diventato più complesso ed impegnativo; i pochi articoli che ho scritto da quando ho spostato il sito sul nuovo dominio mi hanno preso diversi giorni di lavoro nei ritagli di tempo di una vita già di per sè permeante ed incasinata.

ronf

Al lavoro (faccio l’operatore sociale nella salute mentale) è sempre più dura: confrontarsi giorno per giorno con la follia, a tu per tu con la mattitudine vera, il disagio, la povertà e la disperazione, logora; logora l’essere poco formato, sottopagato e calato in ambienti lavorativi disorganizzati ed approssimativi.

Più cresco (invecchio? ndr) poi, più mi ritrovo davanti ai miei limiti: come genitore, come compagno e come essere sociale mi sento a volte un po’ sbagliato, fuori luogo,  goffo ed impacciato: sarà che non si “nasce imparati” e che sto ancora seguendo la lezione in corso?

In tutto questo si inserisce il mio crescente amore per l’informatica ed il web; il blog è rimasto addormentato ma il sito in esso contenuto ha continuato a vivere: numerosi sono i ritocchi che ho fatto e che sto facendo al design ed al tema di wordpress; ho aperto una nuova pagina,”coding“dedicata al codice (per ora solamente html e css) che ho iniziato a scrivere a profusione negli ultimi mesi.

Insomma, sto studiando ed applicando un po’ qui un po’ là quello che imparo, in attesa di una sua applicazione più focalizzata a livello lavorativo. Ma il blog rimane importante: più volte ho provato a scriverci qualche cosa ma, ogni volta, una nuova priorità mi ostacolava il lavoro. Così per mesi mi son portato dietro il desiderio di scrivee queste poche, maledette righe per sbloccare la situazione.

Bhe…oggi l’ho fatto introducendo anche un elemento di novità: ho scritto qualche cosa di personale (argomento che di solito evito accuratamente) e l’ho scritto praticamente di getto, senza il solito centinaio di revisioni a cui sottopongo mediamente i miei posts…che sia di buon augurio per il prosieguo del quarto anno di “zaku’s blog”.

 

Nuova distro, Gnomo nuovo

header

una recensione

Uso GNU/Linux sulle mie macchinette calcolatrici domestiche oramai da un lustro. La prima distro a conquistare il mio hard disk fu Ubuntu 7.04, nome in codice feisty fawn. Da allora, tra aironi resistenti e suricati indipendenti, la distro di Canonical la faceva da padrone sul PC principale e sulle altre macchine che con il tempo si sono avvicendate in casa zakunin. Da qualche tempo, però, le scelte di Mark Shuttleworth, patron di Ubuntu, mi hanno piuttosto deluso spingendomi alla ricerca di nuovi orizzonti digitali ed approdando alfine nella baia di Sabayon, a Sud di Gentoo.

Gentoo è una di quelle distribuzioni mitologiche per chi, come me, è un semplice appassionato del mondo del pinguino. Se ne sente parlare poco e quel poco è rappresentato da una sfilza di comandi da terminale, files di configurazione infiniti, flags da apporre ai pacchetti e cose rabbrividenti del genere. Una specie di mostro finale dei coin-op anni ’80.

Fabio Erculiani, creatore di Sabayon, ha imbrigliato la potenza di Gentoo mettendola a disposizione di noi utonti informatici un po’ più smaliziati della media ed alla ricerca di una distribuzione  rolling realase (che si aggiorni automaticamente senza bisogno di reinstallazione) facile da usare e completa.

desktop

Il mio desktop dopo qualche “magheggio”

Il live cd parte senza problemi: il sistema riconosce tutto al volo compresa la scheda Nvidia che viene attivata dai driver preinstallati. Mi trovo così davanti ad uno gnome 3 “quasi” standard: il ritocco più evidente apportato dai dev Sabayon è la presenza dell’estensione “window list” che rimuoverò a favore di dockbarX. Per il resto il desktop è scarno ma reattivo: click sull’icona “installa il sistema” e parte “anaconda”, il rodato tool red-hat per l’installazione. 20 minuti e Sabayon prende dimora nel mio disco fisso.

Sabayon

logoPer chi come me arriva da distro basate su debian, il primo problema è trovare uno strumento per installare i pacchetti; apt e synaptic sono (erano) punti di riferimento importanti su ubuntu: un paio di click (o una breve riga sul terminale) e scarichi ed installi il mondo. Sabayon mette a disposizione uno strumento chiamato “entropy store“, con un’interfaccia grafica che, più o meno, ricopre il ruolo che synaptic ha su debian. Al primo riavvio il sistema mi segnala circa 400 aggiornamenti (Sabayon viene aggiornata settimanalmente, giornalmente con i repo di testing attivi): sincronizzo i repository, avvio l’aggiornamento ed in una mezz’oretta la mia brand new distro è pronta per essere maltrattata.

L’Entropy store è formato da Sulfur , l’interfaccia, che gestisce equo, il gestore di pacchetti. All’interno troveremo decine di migliaia di programmi pronti per essere installati. Come già avevo intuito provando sabayon su una macchina di test, Entropy risulta molto lento all’avvio e, nel caso si sbagli la password, non si viene allertati in nessun modo dell’errore rischiando di mummificarsi davanti allo schermo nell’attesa dell’apertura del programma.

Ma equo può essere usato direttamente da terminale, più o meno come il caro, vecchio apt:

# equo install vlc --ask

 ed avremo vlc installato e pronto per la riproduzione dei nostri filmetti scaricati illegalmente. QUI la wiki per equo.

Ancora riguardo la gestione pacchetti: è notizia recente che sulfur verrà presto abbandonato a favore di rigo, nuova interfaccia per equo progettata da quelli di sabayon. L’annuncio e qualche screenshot  QUI.

Accanto all’entropy store troviamo come gestore di pacchetti portage: gestito via terminale sembra essere uno strumento molto potente (e complesso) che lavora sui sorgenti invece che sui binari. Non ho avuto ancora il coraggio di utilizzarlo.

Al login, inoltre, potremo scegliere tra più interfacce grafiche, oltre a gnome: xbmc se vogliamo trasformare il nostro PC in un media-center o fluxbox, se ci sentiamo particolarmente minimal.

Per il resto il sistema è reattivo e stabile: non ho trovato grosse difficoltà nella sua gestione nè mi sono trovato di fronte a bug di rilievo nei software che regolarmente uso.

Gnome 3.2

Lo gnomo appare  freddo, scarno e desolato nonostante i (pochi) ritocchi del team; così com’è, può sembrare un po’ macchinoso e decisamente orientato al mercato touch-screen. Pur essendo ancora “giovane ed acerba” comunque, la shell si presta ad essere modificata con una certa facilità: installando “gnome-tweak-tool” ed il pacchetto delle “gnome extensions”, potremo andare a modificare  diverse parti del desktop, aggiungendo o rimuovendo utilità secondo i nostri gusti. Indispensabili ad esempio le estensioni “user themes”, per poter cambiare il tema predefinito della shell con uno tra le decine presenti sul web o l’”alternative status menu”, per far apparire l’opzione “spegni”, misteriosamente nascosta dagli sviluppatori di gnome nel tasto “alt”.

Le estensioni fruibili sono una trentina ed ancora di più se ne trovano su extensions.gnome.org: sul sito scegliamo l’estensione, clickiamo sullo switch in alto a sinistra posizionandolo su “on” e confermiamo. L’estensione, a questo punto, risulterà installata. Perchè molte modifiche si attivino sarà necessario riavviare la shell utilizzando alt+f2 e scrivendo r nel box che compare (invio).

desktop2

Il menu finestre, la dock ed i desktops

Quello che veramente manca alla shell è una dock non nascosta: c’è un’estensione che duplica quella inserita nel menu finestre ed un’altra che va a piazzarsi nel pannello superiore. Entrambe presentano limitate possibilità di personalizzazione per cui ho installato, come su gnome 2, dockbarX (vedi paragrafo successivo).

L’esperienza utente, per chi viene da gnome 2 o da qualsiasi altro DE, è decisamente originale ed inizialmente può risultare traumatica ma, dopo qualche ora di utilizzo ed un minimo di tuning, non si sente la mancanza di nulla. Come già accennato, comunque, la shell pecca ancora di gioventù: qualche bug, anche importante, è presente; le estensioni ed i temi possono “rompersi” a seguito degli aggiornamenti dell’interfaccia e capita che vadano in conflitto tra loro, causando il crash dell’interfaccia stessa; c’è anche da dire che Nautilus 3 risulta graficamente orrendo, un po’ limitato nelle funzionalità e non supporta (ancora) pienamente Dropbox.

In tutto ciò, Gnome 3 sembra pensato e disegnato per spingere l’utente a lasciare aperte tutte le applicazioni, anche se non utilizzate, per poi organizzarle al meglio nei desktop virtuali: anche per questo, è sconsigliatissimo l’utilizzo su macchine datate o con poca ram.  Con la shell si riscopre anche l’utilità della tastiera, per trovare rapidamente ed efficacemente files ed applicazioni. Insomma, lo gnomo sta crescendo: credo che tra un paio di mayor realase, avremo un interfaccia moderna e matura.

DockbarX su Sabayon

dockSu gnome 2 per anni ho utilizzato ed amato (e segnalo) DockbarX, una dock che si ispira a quella presente su windows 7 molto personalizzabile, duttile, elegante e completa. C’è la possibilità di utilizzarla anche su gnome 3 attraverso un’installazione “manuale” (non avendo trovato un repo che la ospiti) ed il suo utilizzo come dock “standalone”.

Tra le sue dipendenze ritroviamo zeitgeist, programma che indicizza le attività recenti dell’utente: nonostante la sua installazione, ad ora, non mi è stato possibile accedere alle mie attività recenti utilizzando dockbarX, ma ci sto lavorando :)

Sempre riguardo alle dipendenze: alcuni nomi delle stesse sono diversi rispetto a quelli segnalati nella procedura di installazione su gnome look, per cui ecco il comando che ho utilizzato per installarle su Sabayon.

 # equo install zeitgeist libwnck-python gnome-applets-python imaging keybinder python-xlib numpy --ask

Per il resto della procedura rimane valida la guida su gnomelook; una volta installata, in alt+f2 si digita “gnome-session-properties” e si inserisce “dockx” tra i programmi d’avvio (non so perchè ma la dock appare solo dopo una trentina di secondi dal caricamento del desktop).

Segnalo anche il modo per rimuoverla per poi passare ad eventuali nuove versioni (traduzione di un post dell’autore della dock, non l’ho testata personalmente):

Non c’è un modo per disinstallarla automaticamente, purtroppo gli uninstaller non sono supportati da distutils. Se lanci

./setup.py -vn

vedrai dove sono installati i pacchetti, così da rimuoverli.

I files python sono installati in una cartella che finisce con “dist-packages/dockbarx/” ed un “egginfo file” è simile a “Dockbarx-0.45.egg-info”. Devi cancellare questo file e questa cartella.

Conclusioni

Semplice da installare, con un parco software vastissimo ed una comunità in espansione, direi che Sabayon è un’ottima distro che mi sta facendo riscoprire il piacere di sperimentare per adattare la macchina alle mie esigenze. Uno dei motivi per cui l’ho scelta è  quello di provare una “rolling realise”, un sistema pensato per il costante aggiornamento dei suoi componenti senza dover procedere a reinstallazioni o avanzamenti di versione che spesso si rivelano salti nel buio: certo il rischio è di ritrovarsi con pezzi di sistema o applicazioni a tratti instabili ma, informandomi in rete, mi sembra che il metodo di rilasci degli aggiornamenti scelto da quelli di Sabayon, metta al sicuro da tali spiacevoli inconvenienti.

Benvenuta Sabayon ed un ringraziamento ad Erculiani ed al suo team.

Risorse:

Home Sabayon: http://www.sabayon.org/

Il forum di Sabayon: https://forum.sabayon.org/

Forum non ufficiale: http://linuxmx.it/forum/viewforum.php?f=27

Il sito della comunità di Sabayon: http://sabayon-mania.com/

La Val Rosandra e la motosega

Torrente Rosandra - la cascata

Torrente Rosandra – la cascata

La Val Rosandra:

A mezz’ora di bicicletta da Trieste c’è un luogo che è un autentico tempio naturale: una valle carsica le cui pareti calcaree scendono a strapiombo tuffandosi nel limpido torrente che le ha scavate. Per gran parte dell’anno il torrente Rosandra scorre scarno e placido nel suo letto superando qualche importante dislivello e creando nel suo percorso pingui vasche colme di acqua gelida e cristallina.

E’ un luogo caro ai triestini di tutte le età, una di quelle cose che li rendono segretamente orgogliosi del posto in cui vivono e la cui immagine si portano dietro con nostalgia quando sono lontani; Si impara presto a conoscere la Valle: fin da bambini si familiarizza con i tortuosi sentieri che si arrampicano sulle aspre colline, tra una pietraia e una porzione di bosco eroicamente aggrappata alle pareti frastagliate. Nel fine settimana è una delle mete possibili, soprattutto in primavera ed in autunno, per qualche ora a contatto con la natura e fuori dal morboso caos cittadino.

Uno dei ricordi più cari che ho del posto è una gita alle elementari: primavera del 198X l’arrivo a Bagnoli, la tappa “obbligatoria” al rifugio Premuda ed il primo sguardo da vicino al torrente Rosandra; poi l’acquedotto romano che da duemila anni costeggia l’inizio del sentiero e poi su per un percorso a tratti verticale verso Botazzo.

Botazzo sembra un villaggio hobbit compresso: quattro case strette tra la collina ed il confine yugoslavo immerso nel verde: c’è una guardia dietro alla sbarra che divide gli uomini, con una divisa verde ed un fucile scintillante. Sta seduta sui gradini della casupola che, verosimilmente, serve per chi fa il turno di notte o nelle fredde e lunghe giornate invernali di bora scura. Subito prima del confine la fonte del rosandra, gelida e rinfrescante. Il soldato è di buon umore e si alza salutando la scolaresca che lo riempie di domande: “se una gallina italiana attraversa il confine deve spararle?” “se ha sete può attraversare il confine per bere dalla sorgente?” e così via. Subito dietro il paese (sprovvisto di tutto ma non di un osteria) un posto magico: una cascata di poco più di un metro e mezzo, una vasca d’acqua limpida ed un piccolo arcobaleno tra le due: tutto attorno verde ed oro.

La motosega:

Il 23 ed il 24 marzo 2012 la protezione civile, con tutte le autorizzazioni del caso, è entrata in Valle per procedere ad una pulizia radicale di un tratto del greto del torrente Rosandra. 200 persone tra tecnici, operai e volontari hanno partecipato all’operazione: dall’entrata del paese di Bagnoli (Boljunec) fino all’imbocco della Valle protetta bisognava pulire il greto del torrente.

Qualche giorno dopo ho parcheggiato la macchina all’inizio del paese, nei pressi del vecchio lavatoio e dove c’è il primo ponte, il più “cittadino” sul Rosandra. Da qui all’imbocco del parco naturale e costeggiando il torrente si passa dallo stupore all’incredulità, dallo sbigottimento  all’orrore. La parte più a valle del torrente non è stata toccata; cumuli di terra e sterpaglie continuano ad ostacolarlo. Risalendo le sponde si notano i primi segni dell’intervento: sterpaglie rimosse e qualche albero ad alto fusto abbattuto. Fino a qui potrebbe andare anche tutto bene, non fosse per le ramaglie ed i ceppi abbandonati in mezzo all’alveo del corso d’acqua. Non piove da tre mesi: se la natura si sfogasse in questi giorni, non si può escludere che gli “scarti” del lavoro vadano a creare una diga, con conseguenze anche importanti.

Sensazioni ed emozioni cambiano al limitare del paese di Bagnoli ed all’imbocco del parco naturale:

Autostrada Rosandra

Autostrada Rosandra

qui il Rosandra, che scorreva avvolto dalla vegetazione, è stato trasformato in un arido deserto pietroso. Decine di imponenti piante ad alto fusto sono state spazzate via: entrati nel greto con le motoseghe quelli della protezione civile hanno abbattuto tutto quello che si parava loro davanti; là dove c’era un accogliente, ombreggiato, spettacolare tunnel verde che sembrava proteggere le acque del torrente dalla calura estiva, ora c’è il nulla. L’alveo violato è costeggiato dall’inizio del sentiero che porta a Botazzo: da qui, sradicando e danneggiando manufatti, ferendo la vegetazione ed invadendo il greto del Rosandra, hanno fatto passare camion e macchine per la raccolta e lo smaltimento delle ramaglie.

L’impatto a caldo è drammatico per chi conosce ed ama la Valle: uno scempio, una follia, un’idiozia sono le prime parole che saltano in mente. Poi ci si chiede “perchè?”. Ripetutamente.

A freddo la sensazione è quella di un lavoro fatto male; molto male.

Le autorità hanno giustificato l’intervento con l’intenzione di evitare le esondazioni (fenomeno che si è presentato tre volte negli ultimi 9 anni). Peccato la parte bassa del torrente, fuori dalla zona protetta, non sia stata toccata e presenti ostacoli ben più importanti di quelli presenti in valle: cumuli di terra ed arbusti infestanti se ne stanno pacificamente adagiati sul greto asciutto. Non è giustificabile nemmeno l’abbandono delle ramaglie nell’alveo, in attesa di una successiva rimozione.

Scientificamente poi, è stato evidentemente scelto il periodo peggiore per un intervento come questo, con numerose specie in fase di riproduzione e nidificazione.

La polemica è montata sul web, sui giornali e nelle sedi istituzionale. C’è stata una manifestazione dei cittadini molto popolata  ed una raccolta di firme. Gli abitanti di Bagnoli sembrano mantenere un atteggiamento più pragmatico: hanno esagerato, certo, ma di una pulita c’era bisogno.

Di fatto quel tratto della valle, 200 metri di paradiso terrestre, è stato rovinato: per qualche decina d’anni, grazie all’inutile laboriosità ed ignoranza di istituzioni cieche ed ottuse capaci di affermare se stesse solo con dimostrazioni di forza e potere, vi avranno dimora solo pietre e piante infestanti. La Valle violata aspetta il ritorno della protezione civile: per cosa, ancora non è dato sapere. Di certo la vigilanza dei cittadini sarà amplificata e spero questo secondo intervento si limiti alla pulizia dei residui abbandonati: la rabbia è tanta ed un ennesimo passo falso delle istituzioni potrebbe trasformarsi in un disastro.

Nel frattempo, aspettiamo di veder rotolare qualche arrogante testa dei mandanti di questo scempio.

Una galleria dei “lavori”:

Note:

Un articolo su GIAP

Un articolo su linkiesta.it

Un articolo del quotidiano locale “Il piccolo” di trieste

Il video di Dario Gasparo con un reportage dei danni.

Aggiornamento settembre 2013: lo stato chiede 3,6 milioni di risarcimento alla protezione civile.

Crediti:

La prima immagine di questo post l’ho presa da qui.

La Grecia, i giornalisti e boogeyman

La Grecia:

Da un anno e mezzo oramai, la Grecia versa in un profondo stato di crisi economica, finanziaria e sociale. Da mesi ci viene detto che, non adottassimo sobrie e decise misure di austerità, faremmo la fine della Grecia.

Nella notte tra il 12 ed il 13 febbraio il parlamento ellenico ha varato, spinto dall’unione europea e dalle lobby finanziarie, una poderosa manovra che spingerà centinaia di migliaia di persone, forse milioni, nel profondo baratro della povertà.  A seguito di questo voto, borse e mercati hanno fatto un balzo in avanti. Successe il contrario quando l’ex premier greco paventò l’ipotesi di un referendum sulle misure di austerità: le borse crollarono e lo spread salì alle stelle. Tutto ciò dimostra, ancora una volta, come mercati finanziari e democrazia non vadano d’accordo: l’uno è l’antitesi dell’altro e la loro convivenza, assieme all’accumulo di risorse per loro natura limitate nelle mani di pochi a scapito delle masse, è motivo di attrito sociale permanente e transnazionale. E l’attrito, accumulandosi come quello tra due piattaforme continentali, prima o poi si trasforma in terremoto.

Grecia - 12/13 febbraio

Quella notte, la Grecia era in fiamme: a seguito dello sciopero generale proclamato dai sindacati e del conseguente attacco della polizia al pacifico corteo in piazza Syntagma, la rivolta è cresciuta coinvolgendo decine di migliaia di persone che hanno messo a ferro e fuoco Atene e numerose città della Grecia peninsulare ed insulare. La gente, scesa in strada, si è accanita sui simboli del potere e del capitalismo fronteggiando il potere costituito a muso duro, urlando la sua rabbia e la sua disperazione. In testa alle proteste gli anarchici e la loro propensione alla rivolta, ma non solo: disoccupati, studenti, anziani e buona parte di quelle persone che anche da noi viene indicata come “fascia debole della popolazione” sosteneva materialmente e moralmente i riottosi.

I giornalisti e l’uomo nero:

E di gente, popolazione e rivoltosi parlavano le testate internazionali ed il web mentre la gran parte dei giornalisti italiani rispolveravano, evidentemente eccitati, “i black bloc”. Il black block, l’uomo nero delle manifestazioni.

L’uomo nero è una creatura leggendaria, un essere amorfo, cattivo e oscuro presente della tradizione di vari paesi. Negli Stati Uniti d’America è conosciuto come boogeyman (scritto anche bogeyman, boogyman o bogyman). In Italia viene identificato anche con la figura del Babau.

- wikipedia -

L’uomo nero è, per gli scribacchini nostrani, il capro espiatorio di ogni cosa, il deus ex machina di ogni storia, l’imbattibile supereroe negativo che fa sempre e comunque notizia. E vince sempre.

Poco importa che il termine “black bloc” non sia riferito ai singoli individui ma ad un metodo di lotta; poco importa che accanto a quelli che hanno sposato, per ideologia o convinzione politica questa tattica, ci fossero persone comuni che mai avrebbero pensato di scendere in piazza per sfogare la propria rabbia e la propria frustrazione con la consapevolezza di essere stati spinti nel baratro da chi li governa. Per i nostri giornalisti sono tutti “uomini neri”, criminali antidemocratici e violenti.

Il babau domina l’immaginario delle nostre menti giornalistiche, si annida in ogni dove: nell’omicidio efferato, nella rapina a mano armata, nei disastri ambientali, nelle pieghe dei mercati e dei sistemi democratici. Scivola nell’ombra invisibile a noi mortali, si nasconde negli armadi e sotto ai tombini, nelle fognature sotto le manifestazioni e tra gli ulivi centenari sradicati ai palestinesi, nel delta del Niger impestato dagli idrocarburi e sotto le macerie dei terremoti. Stolti noi che non lo vediamo fino a quando loro, regolarmente iscritti agli albi degli scribacchini, ce lo indicano. Cosa ci sia in realtà sotto a quell’ombra, sotto a questa foglia di fico giornalistica, non è dato sapere.

Per loro quella gente è in piazza contro l’uomo nero e ne porta in seno altri, di boogeymen.

Del babau parlerò tra un po’ al  mio duenne preferito, mio figlio, sperando serva ad aiutarlo ad affrontare, crescendo, le paure che abbiamo dentro e quelle che provengono dall’esterno. Seguendo le strane strade interiori che trasformeranno il bambino in un uomo, la figura del babau che lo lo spaventava divertendolo, forse, l’aiuterà ad affrontare e superare ma, soprattutto, a dare un nome a quelle paure.

Quello che vediamo in Grecia in questi giorni, in questi mesi, questo sciame sismico sociale ed economico che si sta accanendo sull’area mediterranea sono gli scricchiolii di un sistema: la calda coperta del capitalismo, nel corso dei decenni, si è infeltrita e ristretta fino a non coprire altro che le pudenda di molta parte della popolazione occidentale, lasciandola infreddolita nella bufera. Il capitalismo ed il nostro sistema “democratico” corrotto, sono l’uomo nero e quella che loro chiamano uomo nero, è gente disperata.

Splendida terra la Grecia, gente stupenda. Viva la Grecia e viva il popolo greco!

Le immagini di questo post sono tratte da questa galleria.