Santi moderni

Alla mattina del 6 ottobre mi ha svegliato una notizia: “amore, è morto Steve Jobs”; “Ehi! che sveglia originale!”; un bacio, caffè nero ed amaro, una brioche ed una rapida scorsa alle testate giornalistiche online prima di salutare compagna e marmocchio per dare inizio alle mie “otto ore per la sussistenza”.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la visibilità mediatica data alla dipartita di  una persona che non era nient’altro che un imprenditore. Ho trovato macabro far diventare la morte di un uomo un gigantesco spot ad un’azienda; ma forse Steve Jobs avrebbe voluto così: in fondo è stato il più grande uomo di marketing di questi anni. Creava bisogni che non si hanno, oggetti che andavano (e vanno) a riempire i vuoti dentro il nostro essere occidentali sazi, annoiati e terribilmente indebitati. Sapeva vendersi e sapeva vendere: tra le sue eredità infatti, c’è il feticismo digitale: se se ne va con lui, non posso fare altro che rallegrarmene.

Ho letto ovunque messaggi sperticati di cordoglio, ho visto la sua storia ripetuta come un mantra e ricostruita nel percorso umano e professionale nei minimi dettagli. Anche su importanti quotidiani (i.e. i-Repubblica) sono apparsi commenti ed articoli in punta di delirio sull’innovazione tecnologica che la sua azienda avrebbe impresso al mondo; in questo vortice emotivo in cui Steve jobs si è ritrovato contemporaneamente in odore di santità e nominato per acclamazione al premio nobel (alla memoria) è intervenuto con una delle sue bordate Richard M. Stallman, paladino del software libero:

I’m not glad he’s dead, but I’m glad he’s gone.” Nobody deserves to have to die – not Jobs, not Mr. Bill, not even people guilty of bigger evils than theirs. But we all deserve the end of Jobs’ malign influence on people’s computing.

“Non sono contento che sia morto, ma sono felice che se ne sia andato. Nessuno merita di morire, né Jobs né Mr. Bill Gates e nemmeno nessuna persona colpevole di mali peggiori dei loro. Ma noi tutti ci meritiamo la fine della maligna influenza di Jobs sulla gente che utilizza l’informatica. “

Come Stallman credo che la politica ferocemente protezionistica della apple abbia più tolto che dato allo sviluppo tecnologico e come lui credo che quest’azienda abbia notevolmente contribuito a far diventare la nostra privacy un non valore. Apple non è nient’altro che una multinazionale dedita allo sfruttamento del lavoro a bassissimo costo ed all’accumulo di risorse finanziarie come tante: per quanto belli ed efficienti possano essere i suoi prodotti poi, che siano veramente utili e che abbiano impresso un miglioramento della qualità della vita è tutto da dimostrare; a me pare che le persone siano certo sempre più connesse ma anche sempre più sole, controllate ed ignare dei propri diritti: questo non per colpa della sola mela, certo, ma del suo Jobs ce ne ha messo parecchio.

Insomma in questi giorni abbiamo visto la santificazione mediatica del più grande rappresentante del capitalismo moderno, dell’incarnazione del sogno americano di un uomo scaltro e cinico che è riuscito con il suo carisma a creare una sorta di dipendenza tecnologica ed emotiva in tante, troppe persone.  Riposa in pace Steve, non mi mancherai.

N.B.: l’immagine del post per gentile concessione di @anonimoconiglio

N.B.2: il mio pensiero dopo l’evento comincia qui.

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2 pensieri su “Santi moderni

  1. meno male che non tutti sono rincoglioniti… il dato veramente illuminante sulla diffusione dell’indipendenza di pensiero in quella porzione di mondo che più mena vanto di farne un fondamento centrale – l’occidente – è la simpatica equazione “critichi Steve Jobs? Allora vuoi solamente far parlare di te…” (cfr. http://apple.hdblog.it/2011/10/09/stallman-si-illude-steve-jobs-e-immortale/ ). Non sei idolatra? Allora vuoi essere un idolo tu stesso… Stallman, il collettivo Wu Ming… sono tutti dei grandi narcisi chiaramente, per quale motivo avrebbero deciso di cancellare il loro nome dalle loro opere se non per egotismo?

  2. Fanatismo ed ignoranza sono purtroppo un pesante bagaglio che il genere umano continua a trascinarsi appresso.

    La gente ha bisogno di idoli ed icone per riempire i vuoti dentro di se: è sempre stato così; la religione ed il capitalismo in questo ci sguazzano alla grande: regalano sogni, pronti e confezionati su misura per farti sentire quello che non sei: un uomo (o donna) migliore.

    Proprio su GIAP (o sull’account twitter di Wu Ming) ho letto una frase illuminante (e resa ancora più intrigante dal lavoro che faccio) che suonava più o meno così: “Un folle da solo fa il folle ma quando i folli sono tanti, fanno una religione” :)

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