La pecora nera

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Trieste, teatro Miela, 10 gennaio 2009 – “IO SONO MORTO QUEST’ANNO”, recita la spartana scenografia che in scena accompagna Ascanio Celestini nelle due ore di monologo dedicate alla follia.

Sono due ore in cui l’attore tocca ed esplora, con leggerezza e passione, le problematiche che accompagnano il tema della malattia mentale, descrivendole attraverso gli occhi di Nicola, bambino degli anni sessanta (i favolosi anni sessanta). Nicola, che anche da grande non riuscirà mai a crescere, Nicola che continuerà a vedere il mondo con innocenza e disincantata fantasia, anche di fronte alla reclusione, anche di fronte alla morte.

Si vede dal di fuori, Nicola:  è la voce narrante di se stesso, il suo biografo, il suo migliore amico e coprotagonista in scena. Davanti ai suoi occhi gli passano l’infanzia, la scuola e l’incontro con l’istituzione totalizzante che sembra fare un istantanea della vita di Nicola, congelando quello che è nel tempo, rendendolo forzatamente testimone eternamente bambino di ciò  che gli scorre attorno.

Si susseguono personaggi, caratterizzati come in un sogno: la nonna con le sue uova fresche che puzzano ancora del culo della gallina, Pancotti Maurizio il più deficiente compagno di classe che ognuno possa immaginare Marinella, il grande amore puro ed innocente, la suora scoreggiona e sorda che si fa accompagnare da Nicola in supermercato e che sembra morta quando recita il rosario. Marginali ma di una forza sconcertante, nella loro disumanità,  sono quelle figure che rappresentano l’istituzione: il padre, i maestri, il direttore della scuola, quello del manicomio e quello del supermercato. Si affacciano sulla scena come burattinai che cercano di guidare la vita di Nicola. Ma lui sa che sono solo umani, uguali a lui ed ai matti che in camerata lo circondano. Nicola sa che, anche se li percepisce grandi come santi o  come gesù cristo, bevono le uova (così fresche che puzzano ancora del culo della gallina) della nonna, prendono le medicine e dormono con la luce accesa. Come lui. Come tutti.

E via così, fino alla fine serena: dopo di lui non ci sarà più nulla da vedere perchè lui ha visto tutto. E tutto si ripeterà, ancora ed ancora ed ancora.

Spettacolo rodato dal gusto dolceamaro, con una nota polemica inserita da Celestini là dove sottolinea come le cose, spesso, abbiano cambiato solo nome ma come, nella sostanza, siano rimaste le stesse. In apertura dà spazio alla protesta degli studenti e all’accademia della follia, compagnia teatrale triestina di matti. In scena Dario e Donatella che ci raccontano brevemente la loro storia, fatta di normalità che diventa malattia, per poi diventare normale diversità.

Tra il pubblico il “gotha” della psichiatria triestina….qualcuno lo avrebbe messo in dubbio?

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0 pensieri su “La pecora nera

  1. era ovvio ci sarebbero stati tutti i baroni della psichiatria democratica (però sarebbe meglio chiamarla psichiatria demagogica) del resto l’hanno organizzata loro la calata del celestini per “la fabbrica del cambiamento”…

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